17 Settembre 2026
La lotta contro l’Alzheimer potrebbe essere a un punto di svolta. Uno studio condotto dai ricercatori del Politecnico Federale di Zurigo (ETH) e pubblicato sulla rivista Cell Reports Medicine ha individuato un meccanismo biologico chiave nella progressione della demenza: l’accumulo anomalo di una specifica proteina all’interno dei neuroni.
Non solo: il team ha anche testato una molecola sperimentale capace di arrestare questo processo degenerativo.
Il ruolo della proteina GRK2 e il “circolo vizioso” cellulare
Al centro della scoperta c’è la proteina GRK2. Normalmente presente nelle cellule in una forma attiva e benefica, questa molecola può subire alterazioni a causa del metabolismo cellulare e diventare inattiva.
Esaminando i tessuti cerebrali di pazienti colpiti da demenza, gli scienziati hanno notato concentrazioni insolitamente alte proprio di questa variante inattivata.
Quando GRK2 inattiva si accumula:
- Danneggia i mitocondri: si deposita nelle “centrali energetiche” della cellula, impedendo loro di funzionare correttamente.
- Favorisce la proteina beta-amiloide: stimola la formazione delle note placche amiloidi, uno dei tratti distintivi dell’Alzheimer.
- Innesca una reazione a catena: le placche creano stress ossidativo e infiammazione, che a loro volta aumentano la produzione di ulteriore GRK2 inattiva, alimentando un circolo vizioso che accelera il declino cognitivo.
La contromossa: il “Composto 10”
Per interrompere questa spirale, i ricercatori hanno sintetizzato e testato diverse sostanze, individuando una molecola particolarmente efficace ribattezzata composto 10.
Il farmaco sperimentale agisce impedendo alle molecole di GRK2 inattiva di aggregarsi, lasciando i mitocondri liberi di continuare a produrre energia per i neuroni. Nei modelli animali (topi), il trattamento ha dimostrato di:
- Rallentare la progressione della malattia, proteggendo i tessuti cerebrali.
- Migliorare la vitalità generale: a sorpresa, i topi trattati hanno mostrato benefici sul sistema cardiovascolare e una riduzione dei segni tipici dell’invecchiamento (come l’ingrigimento del pelo).
A che punto siamo?
Sebbene i risultati siano estremamente incoraggianti, la ricerca si trova ancora in fase preclinica. Saranno necessari ulteriori studi di sicurezza ed efficacia prima di poter avviare la sperimentazione clinica sugli esseri umani. Tuttavia, aver individuato un bersaglio terapeutico così preciso apre la strada a nuove strategie farmacologiche mirate non solo ad attenuare i sintomi, ma ad arrestare l’evoluzione biologica dell’Alzheimer.
Esistono dei supporti integrativi?
scoprilo nel prossimo post
Team guidato dalla Prof.ssa Ursula Quitterer, docente di Farmacologia Molecolare presso l’ETH Zürich (Svizzera), in collaborazione con l’Ain Shams University Hospital del Cairo. -Cell Reports Medicine
Categoria: Prevenzione, Salute e Benessere

